La crisi continua ad abbattersi sui giovani italiani e ad accrescere le fila dei Neet, termine ormai entrato a pieno titolo nel nostro vocabolario: gli under 30 che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi formativi. Il nuovo dato che arriva da Bankitalia vede il loro numero a quota 2.233.672 nel 2010 (pari al 23,4% della popolazione tra i 15 e i 29 anni) laddove nel periodo tra il 2005 e il 2008 la cifra si attestava a poco meno di 2 milioni (20% della popolazione sotto i 30 anni). Un ennesimo scenario di emarginazione dei giovani dalla società che si aggiunge all’ultima rilevazione Istat che a settembre ha denunciato un tasso di disoccupazione giovanile al 29,3%, triste record da gennaio 2004. Peggio di noi in Ue solo la Spagna (48%), la Slovacchia (30,7%) e l’Irlanda (29,3%).
Una generazione disillusa e sfiduciata, che ritiene ormai vani i propri sforzi alla ricerca di un’occupazione, di un’affermazione sia professionale che sociale: è questa la fotografia dei nostri giovani, quella che si profila oltre i numeri. Nel paradosso tutto italiano di un Paese dove la contrazione demografica e l’invecchiamento della popolazione si accompagnano a crescenti problemi occupazionali, ci permettiamo il lusso di parcheggiare ai margini del sistema economico la parte più produttiva, energica e innovativa di una società: i giovani.
Una situazione frutto anzitutto di un sistema duale del mercato del lavoro che tutela troppo i padri e che tiene fuori i figli, che offre spesso poche tutele a questi ultimi e fortezze di protezione per i primi.
Una disoccupazione a cui contribuisce anche l’inerzia di una classe dirigente ultrasessantenne che continua a proteggere se stessa e i propri privilegi impedendo l’inserimento dei giovani e lo sviluppo di un’occupazione sana e sostenibile, ostacolando in tal modo anche la creazione di un sistema socio-economico aperto a nuove visioni e nuovi modelli organizzativi e di governance.
Una disillusione che affonda le sue radici in una profonda crisi di fiducia dei nostri giovani verso le istituzioni, colpevoli di favorire e proteggere quel fenomeno tutto italiano del nepotismo, quel sistema di caste che tutela i “figli di” e i “nipoti di” e concede poche chance al resto dei giovani, anche se più validi e meritevoli.
La disillusione va combattuta anzitutto con un’energica iniezione di fiducia che deve partire dall’esempio dei nostri leader nell’applicare i valori della meritocrazia e della concorrenza leale, quei valori che – se correttamente implementati da politica, istituzioni, scuole e società – sosterranno i nostri giovani, e con loro l’Italia tutta, a riconquistare la fiducia perduta. Solo se sapranno di poter contare sul giusto riconoscimento del proprio impegno e sulla possibilità di una ‘scalata sociale’ fondata sul proprio valore, i giovani ritroveranno l’entusiasmo e il desiderio di impiegare le proprie energie per il raggiungimento delle proprie aspirazioni professionali e per contribuire al rilancio dell’intero sistema Italia.
Merito, leadership, valori: sono questi i principi che una società sana ed egualitaria deve impegnarsi a tradurre in leggi e comportamenti.
STEFANO SCABBBIO
