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	<title>Blog Manpower</title>
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		<title>Facciamo volare in alto il Talento</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 01:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalle pagine del primo quotidiano d’Italia, il Corriere della Sera, domani 21 aprile diamo il via all’iniziativa di ManpowerGroup a favore del Talento, della sua valorizzazione nel lavoro e nella cultura sociale: il Manifesto per il Talento. In Italia è &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/facciamo-volare-in-alto-il-talento/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/05/crede_nel_talento.png" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-217" title="crede_nel_talento" src="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/05/crede_nel_talento-300x204.png" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dalle pagine del primo quotidiano d’Italia, il <em>Corriere della Sera</em>, domani 21 aprile diamo il via all’iniziativa di ManpowerGroup a favore del Talento, della sua valorizzazione nel lavoro e nella cultura sociale: il <strong>Manifesto per il Talento</strong>. In Italia è noto come il Talento non abbia la possibilità di esprimersi pienamente, privando così del suo valore la collettività nel suo insieme, minando il funzionamento delle istituzioni e lo sviluppo dell’economia.<span id="more-216"></span> La contingenza degli ultimi anni ha enfatizzato le inefficienze di questo nostro sistema sociale, con inevitabili conseguenze sull’economia. Il diffuso “mal di merito” ha oscurato l’emergere del Talento – inteso come capacità e impegno – a favore di logiche non meritocratiche. Ma un sistema che non riconosce il merito arresta in partenza la spinta all’impegno, all’innovazione e alla voglia di cambiamento. E la storia ci insegna che sono proprio i Talenti a imprimere le dovute accelerazioni alla crescita economica e sociale di un Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Merito</strong>,<strong> Leadership</strong>,<strong> Valori</strong>. Sono questi i fattori che contraddistinguono il Talento e con il <em>Manifesto</em> vogliamo sensibilizzare Istituzioni, Imprese e Cittadini sull’importanza di voltare pagina e ricominciare a valorizzare i Talenti, riconoscerli e coltivarli, in ogni situazione essi tentino di esprimersi. La nostra iniziativa vuole essere una scossa che smuova una realtà immobile, che risvegli in noi – genitori, professori, manager, politici e imprenditori – la voglia e il coraggio di osare, scoprire, promuovere le abilità e i talenti delle persone che ci circondano.</p>
<p style="text-align: justify;">Insieme a tutti coloro che condivideranno i nostri valori sottoscrivendo il <em>Manifesto per il Talento</em> saremo promotori di una nuova cultura sociale e sostenitori di nuovi codici di comportamento meritocratici, etici ed egualitari che daranno vita a differenti dinamiche del mercato del lavoro e della società di domani. Un impegno e insieme un atto di fiducia e speranza in nuove strade di crescita per l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">La dialettica sul Talento generata dalla nostra iniziativa troverà spazio e continuità su <strong>Corriere.it</strong>, il portale del <em>Corriere della Sera</em>, dove sarà presente un’area dedicata che raccoglierà le firme e gli interventi degli autorevoli personaggi che hanno deciso di aderire al nostro <em>Manifesto</em> e schierarsi a favore del Talento. Tra gli altri, hanno già sottoscritto il <em>Manifesto per il Talento</em>: Roger Abravanel, Giorgio Ambrogioni, Umberto Bellini, Giuliano Cazzola, Pier Luigi Celli, Sara Cirone, Raffaele De Luca Tamajo, Giuseppe De Nicola, Silvio Di Lorenzo, Aldo Forbice, Enrico Frizzera, Riccardo Illy, Maria Latella, Ivan Lo Bello, Jacopo Morelli, Silvano Moffa, Beniamino Quintieri, Luca Rossi, Giulio Sapelli, Enrico Sassoon, Luigi Tivelli, Andrea Tomat, Santo Versace.</p>
<p style="color: #798081; font-size: 14px; font-weight: bold; font-style: italic; margin-bottom: 5px; text-align: justify;">Vieni a parlare di Talento, di futuro e anche di te su <a title="http://www.corriere.it/economia/speciali/2012/manifesto-del-talento/" href="http://www.corriere.it/economia/speciali/2012/manifesto-del-talento/" target="_blank">http://www.corriere.it/economia/speciali/2012/manifesto-del-talento/</a></p>
<p>STEFANO SCABBIO</p>
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		<title>GENESI DI UNA RIFORMA, il primo libro sulla Riforma del Lavoro in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 01:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/04/Genesi-di-una-riforma_copertina.jpg"><img class="wp-image-458 alignleft" title="Genesi di una riforma_copertina" src="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/04/Genesi-di-una-riforma_copertina-185x300.jpg" alt="" width="145" height="222" /></a>E’ il primo libro sul disegno di legge di Riforma del Lavoro varato a fine marzo dal Governo Tecnico. Ed è a firma di ManpowerGroup. “Genesi di una riforma, il nuovo mercato del lavoro in Italia”, questo il titolo del saggio in cui analizzo e rifletto sugli aspetti caratterizzanti del nuovo impianto legislativo del lavoro in Italia.Una riforma attesa, combattuta, necessaria, per intervenire nella grave situazione di disoccupazione e inattività crescenti, introdurre maggiore flessibilità in entrata e in uscita, creare tutele, riequilibrare un sistema duale che privilegia le vecchie generazioni, lasciando ai giovani scarse possibilità di ingresso e nessuna tutela. Il nuovo Governo si è trovato ad affrontare scelte difficili, a cominciare dal nodo spinoso della flessibilità in uscita e da quelli della flessibilità in entrata e dei nuovi ammortizzatori sociali.<span id="more-209"></span><br />
E’ una sfida che ci riguarda tutti, aziende, cittadini, sindacati ed esponenti del mondo del lavoro. L’analisi si chiude con una domanda essenziale per una società che voglia guardare a un futuro di crescita e sviluppo sostenibili: la nuova riforma favorirà finalmente l’emersione del talento e del merito?</p>
<p style="text-align: justify;">Con la prefazione di Silvano Moffa, e i contributi di Giuliano Cazzola e Pietro Ichino, il saggio è già disponibile in tutte le Feltrinelli d’Italia.</p>
<p style="color: #798081; font-size: 14px; font-weight: bold; font-style: italic; margin-bottom: 5px;"> STEFANO SCABBIO</p>
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		<title>La carica degli over: aziende verso un nuovo patto tra generazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 01:00:01 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: justify;">Mentre l’Italia, fanalino di coda fino a pochi mesi fa, diventa per l’Europa un esempio di previdenza “virtuosa” e il modello contributivo assicura sostenibilità al nostro sistema previdenziale, l’innalzamento dell’età pensionabile assume per le aziende i caratteri di una vera e propria sfida. La maggior presenza di lavoratori <em>senior</em> – fino a sfiorare la soglia dei 70 anni – si lega a doppio filo alla continua crescita della longevità (nel 2030 l’aspettativa di vita sarà di quasi 90 anni per le donne e 85 per gli uomini). Ma se l’invecchiamento della popolazione entra nel merito delle questioni di finanza pubblica investendo pensioni e sanità, la gestione della manodopera “over” coinvolge sviluppo economico e competitività.<br />
<span id="more-206"></span>Una sfida che accomuna molti Paesi europei i cui Governi, come in l’Italia, hanno tagliato la spesa pubblica per ridurre il debito. In molti di questi Paesi le aziende, a differenza che in Italia, sono abituate da tempo alla gestione del personale “maturo”. In Svezia lavora quasi il 75% dei 55-65enni, in Germania il 62,5%, nel Regno Unito il 60%. In Italia il 38% (49,7% la media Ue) ma il trend è destinato a crescere. L’Eurostat avverte che nel 2050 la popolazione europea in età lavorativa aumenterà nella sua componente di ultra 50enni. E che in Italia si passerà dal 18,1% di 55-64enni del 2005 al 26,6% del 2030.<br />
Non a caso l’Ue ha decretato il 2012 l’anno dell’invecchiamento attivo e solidarietà tra generazioni. Ma è noto come in tempi di crisi si tenda a percepire il lavoratore anziano come un costo: il picco di stipendio coincide con gli ultimi anni di carriera, laddove la retribuzione di un neoassunto ridurrebbe considerevolmente la spesa. Oltretutto, a scapito della produttività, dando per assunto che con l’avanzare dell’età la forza fisica e la concentrazione vengono meno. Tempo fa uno studio dell’università di Mannheim in Germania ha messo in dubbio questa tesi: monitorando le linee di produzione di una fabbrica della Mercedes-Benz ha rilevato che i senior erano più produttivi dei giovani.<br />
E’ proprio nella Germania con il tasso di occupazione dei 60-64enni più alto dell’Ue che le politiche di <em>age management </em>sono più all’avanguardia: da BMW a Basf, da Daimler a Deutsche Bank, l’obiettivo è conservare il prezioso capitale di conoscenze rappresentato dai lavoratori maturi. Come? Grazie a postazioni ergonomiche, illuminazione mirata, ritmi di lavoro meno intensi, ma anche coinvolgendo i senior nella formazione dei nuovi assunti e nella trasmissione di esperienza.<br />
La questione si snoda fondamentalmente su due asset: da una parte, configurare il lavoro creando le condizioni affinché i senior rimangano produttivi; dall’altra, favorire un cambiamento culturale interno all’azienda passando da un concetto di “costo di cui liberarsi” a “ricchezza da preservare”. E, naturalmente, da far fruttare. Oltre le soluzioni che investono il luogo di lavoro, si dovrà operare su adeguamento della pressione lavorativa, orari di lavoro (valida l’idea di una progressiva riduzione del numero di ore lavorate, a fronte di una retribuzione inferiore compensata dalla percezione di parte dell’assegno previdenziale), forme di mobilità interne all’azienda verso ruoli più idonei a qualifiche e potenzialità, percorsi di formazione e aggiornamento da cui i senior sono generalmente esclusi (nel 2011 in Italia meno del 5% di lavoratori 50-64enni ha seguito un corso di formazione, in Svizzera il 55% e nel Regno Unito il 35%).<br />
Gestire la demografia aziendale innovando il disegno dei compiti secondo l’evoluzione della <em>work ability</em> significa anche garantire ai lavoratori la sicurezza di un futuro ancora gratificante, fugando il timore di essere messi da parte. Ed è noto come l’incertezza sul domani generi sfiducia che mina la motivazione e si ripercuote sulla produttività.<br />
Trasmettere il patrimonio di competenze in un riconosciuto ruolo di mentore dei lavoratori più giovani sarà la via per conservare il <em>know how</em> nelle mura aziendali e valorizzare il senior in una funzione strategica per l’organizzazione. Ma affinché sia proficuo per entrambi (e per l’azienda) il passaggio di conoscenze dovrà arricchirsi di uno scambio reciproco di visioni, consolidate e nuove. E’ qui che entra in gioco il fattore culturale: l’azienda dovrà creare un ambiente che favorisca il dialogo intergenerazionale, che sappia mixare approcci al lavoro più classici con altri più innovativi, che promuova la condivisione di esperienze attraverso la formazione di team multigenerazionali. Una cultura che implichi un nuovo patto tra generazioni, in cui nessuna sia percepita inferiore all’altra, ma tutte egualmente in prima linea nella creazione di valore.<br />
Finché le imprese non comprenderanno che rimuovere gli ostacoli all’active ageing significa intervenire direttamente sulla competitività, i senior rimarranno ai margini dell’organizzazione in attesa di uscirne definitivamente, portando con sé un intero patrimonio di conoscenza. Allora sì, saranno costosi e improduttivi.</p>
<p style="text-align: justify;">STEFANO SCABBIO</p>
</div>
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		<title>Cresce la fiducia delle aziende: più assunzioni nei prossimi tre mesi</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 01:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le intenzioni di assumere nuovo personale dichiarate dagli oltre 1000 datori di lavoro italiani che abbiamo intervistato nell’indagine “Previsioni Manpower sull’Occupazione” per il trimestre aprile-giugno rimangono caute ma tra le aziende emerge un clima di maggiore fiducia rispetto al primo &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/cresce-la-fiducia-delle-aziende-piu-assunzioni-nei-prossimi-tre-mesi/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le intenzioni di assumere nuovo personale dichiarate dagli oltre 1000 datori di lavoro italiani che abbiamo intervistato nell’indagine “Previsioni Manpower sull’Occupazione” per il trimestre aprile-giugno rimangono caute ma tra le aziende emerge un clima di maggiore fiducia rispetto al primo trimestre 2012.<span id="more-202"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque si assumerà ancora con prudenza ma l’occupazione tenderà a crescere rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Ai datori di lavoro delle aziende d’Italia abbiamo chiesto quali variazioni prevedono in termini di occupazione nei propri organici nei prossimi tre mesi. Sulla base delle loro risposte e a seguito degli aggiustamenti stagionali, la Previsione sull’Occupazione elaborata dall’indagine si attesta a -2%, facendo registrare un rafforzamento di 5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e una situazione sostanzialmente invariato rispetto allo stesso periodo del 2011. La percentuale dei datori di lavoro che nel secondo trimestre prevedono un incremento del proprio organico raggiunge quota 7% (dal 5% dei tre mesi precedenti), mentre la percentuale di chi prospetta una riduzione si attesta a 8% (dal 13% del primo trimestre 2012). L’85% dei datori di lavoro dichiara invece che la composizione numerica del proprio staff rimarrà sostanzialmente stabile.</p>
<div>
<p style="text-align: justify;">Dall’esito della ricerca emergono i primi segni di un graduale mutamento del clima generale del Paese. Nonostante la contingenza continui a far sentire i suoi effetti sull’occupazione e le intenzioni di assunzione espresse dai datori di lavoro rimangano deboli, il miglioramento della previsione rappresenta un segnale di fiducia delle aziende nelle prospettive dell’economia italiana. E’ una ritrovata fiducia che fonda le sue basi anche sulla recuperata credibilità dell’Italia nello scenario internazionale e al suo riconquistato ruolo in Ue. Contestualmente, la riforma del lavoro è in pieno corso, verso il preciso obiettivo di fondare un welfare più moderno e favorire l’occupazione attraverso forme contrattuali di flessibilità “buona” sia in entrata che in uscita, insieme a interventi e semplificazioni legislative che agevolino l’imprenditorialità e lo sviluppo delle imprese. Perché, indubbiamente, i posti di lavoro non si creano “per decreto” ma solo se il Paese si sviluppa attraverso un piano industriale credibile e solido, in grado di attrarre investimenti italiani e stranieri che generano nuova occupazione.</p>
<p>Scarica la ricerca completa <em><span style="color: red;"><a href="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/05/Previsioni-Manpower-sullOccupazione_II-trimestre-2012.pdf">Previsioni Manpower sull’Occupazione II trimestre 2012</a></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p>STEFANO SCABBIO</p>
</div>
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		<title>Un nuovo welfare. Di tutti, per tutti.</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 01:00:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chi lo disegnò, quasi 70 anni fa, lo aveva immaginato dalla “culla alla tomba”. Un sistema di provvedimenti e garanzie che si ritenevano fossero tutti obiettivi primari dello Stato: l’occupazione, l’assistenza sanitaria, l’istruzione di base, la previdenza, l’abitazione. Quell’idea di &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/un-nuovo-welfare-di-tutti-per-tutti/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: justify;">Chi lo disegnò, quasi 70 anni fa, lo aveva immaginato dalla “culla alla tomba”. Un sistema di provvedimenti e garanzie che si ritenevano fossero tutti obiettivi primari dello Stato: l’occupazione, l’assistenza sanitaria, l’istruzione di base, la previdenza, l’abitazione. Quell’idea di Welfare, mutata a fondo nel corso degli anni, oggi cerca affannosamente una dimensione nuova, consapevole che in ballo, questa volta, c’è la sua stessa sopravvivenza.<br />
Tutti i governi – non solo quello italiano – sono chiamati a rivedere il proprio sistema di Welfare, il costo finanziario e la sostenibilità, contemperando tutto questo con la necessità di mantenere la coesione sociale.<span id="more-199"></span><br />
Il prossimo Welfare dovrà essere frutto di intuizioni, di risposte non scontate, di processi ispirati alle migliori esperienze internazionali. Senza risorse, gli Stati non saranno più in grado di fornire risposte a una domanda di servizi che inesorabilmente crescerà con il passare degli anni. Soprattutto nel nostro Paese, la cui struttura demografica rappresenta un unicum a livello mondiale. Poche settimane fa è stata l’Istat a definire l’Italia il paese “più anziano al mondo”. Un paese che nel 2050 avrà un rapporto di 10 giovani ogni 26 anziani, frutto della congiuntura di due fenomeni: l’aumento della sopravvivenza e i bassi tassi di fecondità. Tutto questo impatta sulla spesa pubblica sanitaria, in molte regioni fuori controllo: oggi rappresenta da sola il 7% del Pil, ma cresce talmente rapidamente che vi sono preoccupanti previsioni di raddoppio in pochi anni.<br />
Alle porte non bussa una ripresa, ma un decennio in cui la disoccupazione diverrà una vera emergenza sociale, come ha evidenziato il rapporto Global Employement Trend 2012. Nei prossimi dieci anni, il sistema economico globale dovrà creare almeno 400 milioni di nuovi posti di lavoro per assorbire la crescita annua di persone in età di lavoro, stimata in circa 40 milioni di unità.<br />
Ripensare il Welfare significa provare a dare soluzioni coerenti a tutto questo. Significa agire in un modo pragmatico per capire cosa resta e cosa tramonta di quell’insieme di servizi e di assistenze che tutti abbiamo imparato a conoscere, e che naturalmente siamo indotti ad aspettarci a livello di servizio pubblico.<br />
Significa anche iniziare ad agire, adesso, cominciando ad affidare alla scuola messaggi chiari e risposte certe nella formazione dei cittadini di domani. C’è chi, come il professor Carlo dell’Aringa, ritiene che inevitabilmente dovrà esserci uno spazio importante – all’interno di questa ridefinizione – per il Terzo settore, quell’universo del volontariato che in Italia ha raggiunto punti di eccellenza nel confronto con il resto d’Europa.<br />
Credo che la costruzione di questo Welfare avrà bisogno dell’apporto di molti e non potrà essere più prerogativa di un unico centro di potere, politico od economico che sia.<br />
Un’operazione di pulizia e di efficienza, per insegnare alle nuove generazioni (ma anche alle vecchie) cosa attendersi dallo Stato, cosa costruire insieme allo Stato, cosa costruire senza lo Stato.<br />
Lo ha spiegato recentemente Lord Wei, l’inventore del concetto di Big Society, portato in politica dal premier inglese David Cameron: “E’ arrivato il momento di spostare il baricentro del potere dallo Stato alla società. Non vi sarà vera ripresa economica senza ripresa sociale”.<br />
Proprio la Gran Bretagna ha rappresentato un esempio di Stato sociale spesso iniquo e confuso, a dispetto dell’enorme quantità di denaro pubblico speso. “In Gran Bretagna – ha ricordato Philipp Blond, altro teorico della Big Society – abbiamo avuto uno stato sociale che ha erogato decine di miliardi di Euro nel corso degli ultimi trent’anni. Se fosse stato un sistema efficiente avrebbe liberato dal dramma della povertà milioni di persone. Invece, quella metà di popolazione che nel 1976 deteneva il 12% della ricchezza liquida, oggi dispone solo dell’1%”.<br />
Il nuovo Welfare saprà imporsi solo se sarà sostenuto da un cambio di atteggiamento in ognuno di noi. Saremo chiamati ad assumere, nei confronti del mercato del lavoro, una posizione più attiva. Non è un mistero che l’Italia sia rimasto l’unico Paese europeo a privilegiare ancora le politiche passive del lavoro. Il nostro è un sistema dove restano centrali (anche nel dibattito politico) istituti come le casse integrazioni, la mobilità, la conservazione del posto fisso. Tutte cose che non richiedono alcun impegno attivo da parte del soggetto coinvolto. A queste condizioni, il lavoratore in difficoltà attende passivamente che qualcuno gli risolva il problema. Non è più tempo di attese che bruciano inutilmente il capitale professionale, soprattutto dei più giovani. Il futuro di equità ed efficienza passa attraverso un attento mix di pubblico e privato, di famiglie e di imprese sociali. Con l’accortezza da parte dei governi di garantire quel minimo di risorse necessarie ad alimentare le migliori energie della società civile.<br />
Faccio mie le riflessioni che Maurizio Ferrera ha speso in merito al nuovo ruolo dello Stato: “La condizione necessaria sarà la disponibilità di una cultura politica e di un capitale sociale caratterizzati da elevato civismo, diffuso rispetto delle regole e fiducia fra i vari soggetti”.</p>
<p style="text-align: justify;">STEFANO SCABBIO </p>
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		<title>LinC: oggi in tutte le edicole d’Italia con il Corriere della Sera in allegato a IO Donna</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 01:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Welfare, è in gioco il nostro futuro“. E’ questo il titolo del primo numero del 2012 di LinC - Lavori in Corso, il magazine bimestrale ManpowerGroup di economia e cultura del lavoro, oggi in uscita su tutto il territorio nazionale &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/linc-oggi-in-tutte-le-edicole-ditalia-con-il-corriere-della-sera-in-allegato-a-io-donna/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-195 alignleft" title="LinC" src="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/03/LinC.png" alt="" width="217" height="284" />“<strong>Welfare, è in gioco il nostro futuro</strong>“. E’ questo il titolo del primo numero del 2012 di <em>LinC </em>- <em>Lavori in Corso</em>, il magazine bimestrale ManpowerGroup di economia e cultura del lavoro, oggi in uscita su tutto il territorio nazionale con il <em>Corriere della Sera</em> in allegato a <em>IO Donna</em>. Al centro di questa edizione, così come al centro dell’attuale dibattito politico-sociale, c’è la <strong>Riforma</strong><strong> del Welfare</strong>, che oggi volge alla sua fase finale.<br />
Analisi, visioni e proposte sono affidate in questo numero a voci autorevoli come il presidente del parlamento europeo <strong>Martin Schulz</strong>, che ci ha rilasciato un’intervista in esclusiva sul futuro del welfare in Europa;<span id="more-192"></span>ai professori <strong>Andrea Ichino</strong> e <strong>Carlo Dell’Aringa</strong>, sagaci osservatori del mercato del lavoro italiano; al presidente dell’Inps <strong>Antonio Mastrapasqua</strong>, mai come oggi centrale la riforma del sistema previdenziale; al professor <strong>Francesco Vallacqua</strong>, esperto di welfare. Gli interventi portano le firme, tra gli altri, del sottoscritto, del presidente del Cnel <strong>Antonio Marzano</strong>, e delle sapienti penne di <strong>Walter Passerini</strong>, <strong>Giulio Sapelli</strong>, <strong>Luca Solari</strong>. Mentre dal mondo aziendale arrivano i contributi di <strong>Indesit Company</strong>, <strong>Nestlè</strong>, <strong>CFT</strong>.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: red;"><a href="http://blog.manpowergroup.it/wp-content/uploads/2012/05/LinC_1_2012_INDICE.pdf">Scarica l’INDICE</a></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #000000;">STEFANO SCABBIO</span></p>
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		<title>Così nascono i nuovi Talenti</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 01:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Posto un mio articolo pubblicato oggi dal Corriere della Sera sul tema dell’age management in azienda, alla luce dell’innalzamento dell’età pensionabile conseguente la recente riforma del sistema previdenziale nel nostro Paese che comporterà una maggior presenza nelle imprese di lavoratori &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/cosi-nascono-i-nuovi-talenti/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Posto un mio articolo pubblicato oggi dal <em>Corriere della Sera</em> sul tema dell’age management in azienda, alla luce dell’innalzamento dell’età pensionabile conseguente la recente riforma del sistema previdenziale nel nostro Paese che comporterà una maggior presenza nelle imprese di lavoratori “maturi”.</p>
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<p style="text-align: justify;">Nella riconquistata credibilità del Paese sul terreno europeo, la riforma previdenziale ha rappresentato il primo tassello della risalita. Mentre il metodo contributivo garantiva sostenibilità al nostro sistema, la previdenza italiana assurgeva a modello esemplare in Ue, risollevandoci dalla scomoda posizione di ultimi della classe. Al lavoro fino a 70 anni, o quasi. La gestione della maggior presenza negli organici di lavoratori over passa ora nelle mani delle aziende. In gioco ci sono produttività, competitività e un cambio culturale.<br />
<span id="more-187"></span>Più costosi e meno produttivi, stipendi più alti ed energie ridotte. Sono i tratti distintivi di una generalizzata percezione dei lavoratori anziani, spesso alimentata da gestioni poco lungimiranti delle stesse imprese. Persone a cui mostrare l’uscita o talenti da rimettere in pista? Non dimentichiamo che stiamo parlando in molti casi dei detentori del sapere dell’azienda, di un inestimabile patrimonio di competenza ed esperienza da preservare. E far fruttare. Sta alle imprese gestire “virtuosamente” tale patrimonio e guidarlo verso l’espressione di un rinnovato contributo alla crescita dell’organizzazione.<br />
È nella Germania col tasso di occupazione dei 60-64enni più alto dell’Ue che le practice di age management sono più avanzate. Da BMW a Basf, da Daimler a Deutsche Bank, l’obiettivo è conservare il capitale di competenze rappresentato dai lavoratori maturi sia mettendoli nelle condizioni di produrre più a lungo (postazioni ergonomiche, illuminazione mirata, ritmi di lavoro meno intensi) sia coinvolgendoli nella formazione dei neoassunti. Talenti che generano altri talenti. La strada è coniugare l’evoluzione della work ability e il talento dei senior con le esigenze dell’azienda, di oggi e di domani. L’innovazione del disegno dei compiti passa in questo caso dalla trasmissione del patrimonio di know how in un riconosciuto ruolo di coach e mentore dei lavoratori giovani.<br />
E qui entra in gioco il fattore cultura, sia della direzione che del management. La reticenza al cambiamento può essere combattuta solo minando la base della sua natura che è, appunto, culturale. Far sì che manager e lavoratori comprendano il valore di una gestione diversificata della carriera legata alle fasi della vita è strategico per un’impresa che voglia fare del cambiamento l’agente catalizzatore di un processo etico e virtuoso di generazione di talenti.<br />
Se l’azienda saprà garantire al lavoratore un futuro professionale ancora gratificante, riconoscendo il suo contributo anche in ruoli differenti rispetto a quelli sinora ricoperti, egli stesso sarà incentivato ad abbandonare quell’incondizionato attaccamento alla propria “storica” posizione allontanandosi così da una sterile logica gerontocratica che blocca l’emergere dei nuovi talenti e annulla ogni funzionamento dell’ascensore sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">STEFANO SCABBIO</p>
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		<title>Disoccupazione: una via italiana per la “flexicurity”</title>
		<link>http://blog.manpowergroup.it/disoccupazione-una-via-italiana-per-la-flexicurity/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 02:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Human age]]></category>

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		<description><![CDATA[Propongo il mio intervento pubblicato oggi dal Corriere della Sera. La disoccupazione sarà l’emergenza sociale dei prossimi 10 anni. E’ quanto riportato dal rapporto ILO (Global employement trend 2012). Sono circa 200 milioni i disoccupati nel mondo (23, 8 milioni &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/disoccupazione-una-via-italiana-per-la-flexicurity/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Propongo il mio intervento pubblicato oggi dal <em>Corriere della Sera</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La disoccupazione sarà l’emergenza sociale dei prossimi 10 anni. E’ quanto riportato dal rapporto ILO (Global employement trend 2012). Sono circa 200 milioni i disoccupati nel mondo (23, 8 milioni nell’area euro) e la previsione è di raggiungere i 203 milioni entro quest’anno con i tassi di crescita stimati al 2% del PIL mondiale. Nei prossimi 10 anni il sistema economico mondiale dovrà creare almeno 400 milioni di nuovi posti di lavoro per assorbire la crescita annua di persone in età di lavoro, stimata in circa 40 milioni di unità. <span id="more-184"></span>Questi numeri evidenziano una pericolosa crescita della popolazione che si troverà in difficoltà “occupazionale” e quindi c’è e ci sarà sempre più bisogno di buoni servizi al lavoro e di politiche attive che aiutino al reinserimento nel mercato.<br />
Non c’è dubbio che la priorità di tutti i Governi è quella di rivedere il proprio sistema di welfare al fine di mantenere la coesione sociale e poi di creare sviluppo con l’obiettivo di generare nuovi posti di lavoro. In questi giorni, come sappiamo, è vivo il confronto sul tema del mercato del lavoro, tra Governo e parti sociali, per valutare come riformarlo. L’Italia oramai è rimasta l’unico paese europeo che privilegia ancora le cosiddette politiche passive del lavoro: casse integrazioni, mobilità, conservazione ad oltranza del posto fisso, che non richiedono nessun impegno attivo da parte del lavoratore coinvolto. A queste condizioni, il lavoratore in difficoltà attende passivo che qualcuno gli risolva il problema.<br />
Questo <em>modus operandi</em> è davvero controproducente perché alimenta il lavoro nero. In tutti gli altri paesi chi riceve un sussidio ha l’obbligo di dimostrare che sta cercando un altro lavoro, altrimenti perde ogni diritto.<br />
Se consideriamo che ogni lavoratore in cassa integrazione costa alle casse degli enti previdenziali circa 1300 euro mese, abbiamo facilmente un’idea del potenziale risparmio economico che si avrebbe passando da un sistema di politiche esclusivamente passive ad uno che premi la ricerca attiva che ha come conseguenza una riduzione dei tempi di ricollocazione. Non utilizzare il periodo di cassa integrazione per la ricerca di una nuova occupazione produce almeno due effetti controproducenti; primo: un anno di disoccupazione riduce drasticamente l’impiegabilità dei lavoratori, secondo ha un forte impatto sull’equilibrio famigliare dei lavoratori e sulla sua capacità di reagire. Quindi passare da politiche passive a politiche attive con una strategia di ricollocamento che coinvolga aziende e lavoratori permetterebbe di risparmiare denaro pubblico e di ottenere risultati più concreti.<br />
In Francia, Belgio, Danimarca e Paesi Nordici questo approccio è molto diffuso. Per esempio in Francia, paese culturalmente più vicino a noi, è obbligatorio per le imprese più grandi applicare il cosiddetto “permesso di reimpiego”, che prevede per nove mesi il supporto al lavoratore di società specializzate nella ricerca di nuova occupazione e una integrazione del 65% del salario. Va sottolineato che si tratta di un obbligo per l’azienda ma anche per il lavoratore, che deve muoversi attivamente sul mercato se vuole conservare questi benefici.<br />
Ma come sarebbe possibile garantire questo processo nel nostro Paese? I servizi pubblici in Italia, non hanno le professionalità necessarie e preparate per gestire queste attività, mentre queste competenze oggi sono presenti nel network professionale e capillare che è quello delle agenzie per il lavoro. Oggi questo sistema garantisce una serie di attività essenziali per l’efficienza del nostro mercato del lavoro. Mi riferisco in particolare all’attività di orientamento, specialmente dei giovani alla ricerca della prima occupazione e all’attività di formazione continua e professionale completamente autofinanziata che garantisce il continuo sviluppo e mantenimento delle competenze che garantiscono l’occupabilità nel tempo della risorsa ed infine all’attività di ricollocazione.<br />
Il tema sensibile di ogni sistema di welfare è il suo costo finanziario e quindi la sua sostenibilità nel tempo. Prendere spunto dal modello e dal meccanismo di funzionamento oggi degli enti bilaterali allargandone lo scopo potrebbe essere una soluzione che garantisce al nostro sistema funzionalità, efficacia e sostenibilità. Se guardiamo i dati, le percentuali di ricollocazione sono molto elevate e superano l’80% per i lavoratori per i quali sono stati costruiti percorsi individuali o dove è previsto il trattamento di mobilità, mentre scendono al 50% dove è in atto la cassa integrazione. I tempi medi di ricollocazione oscillano tra i 6 e gli 8 mesi contro gli oltre 30 mesi necessari oggi per trovare una nuova occupazione.<br />
Da questi dati emerge con forza un interrogativo legittimo: tutti i ricollocati hanno un contratto a tempo indeterminato? La risposta è ultronea ma i dati sono comunque interessanti perché ci dicono che più del 33% trova nuova occupazione con contratto a tempo indeterminato, circa il 45% a tempo determinato, il 22% con altre forme contrattuali. A volte non è necessario creare qualcosa di nuovo per forza, è sufficiente guardare in casa nostra per scoprire che esistono delle “best practice” che possiamo facilmente replicare.</p>
<p style="text-align: justify;">STEFANO SCABBIO</p>
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		<title>Flexicurity: chi è costei?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 01:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riporto l’editoriale a mia firma uscito oggi sul quotidiano nazionale La Stampa. Da Davos a Bruxelles, la priorità comune ha sei lettere: lavoro. Mentre la Merkel al WEF 2012 esprime le sue preoccupazioni per il lavoro e l’Ue mette in &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/flexicurity-chi-e-costei/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Riporto l’editoriale a mia firma uscito oggi sul quotidiano nazionale <em>La Stampa.</em></p>
<div>
<p style="text-align: justify;">Da Davos a Bruxelles, la priorità comune ha sei lettere: lavoro. Mentre la Merkel al WEF 2012 esprime le sue preoccupazioni per il lavoro e l’Ue mette in agenda le misure per creare posti di lavoro, in Italia il confronto per l’attesa Riforma è in pieno fermento.<br />
Più ampio sarà il mercato della somministrazione, più possibilità le Agenzie per il Lavoro avranno di contribuire alla questione occupazione. Somministrazione che nel 2009 rappresentava lo 0,7% del lavoro italiano (1,5% la media Eu) mentre a luglio 2011 l’1,2%. E nel 2011 oltre 46mila lavoratori nelle liste di mobilità sono stati ricollocati grazie alla semplificazione introdotta dalla Finanziaria 2010.<br />
<span id="more-181"></span>Qualificare la flessibilità in entrata e gestire la ricollocazione sono attività che le Agenzie per il Lavoro svolgono professionalmente attraverso la loro rete di oltre 2500 filiali in Italia con 10.000 dipendenti specializzati nei diversi servizi, ancor più efficacemente se fossero supportate da semplificazioni, come la rimozione di vincoli all’uso della somministrazione e la acausalità. Ma potrebbero anche diventare pilastro di un welfare basato su politiche attive che coinvolga aziende e lavoratori per risparmiare denaro pubblico e ottenere risultati concreti. La somministrazione conta su una formazione integralmente autofinanziata e in progetti formativi strutturati per sviluppare, consolidare le competenze dei lavoratori. Integralmente autofinanziato dagli enti bilaterali è anche il welfare di settore, che contribuisce a distinguerci – come forma di flessibilità etica e tutelante – dalle finte partite IVA e dall’utilizzo improprio dei co.co.pro, purtroppo molto diffusi in Italia.<br />
Se l’obiettivo della Riforma è aumentare le possibilità e le tutele per il cittadino-lavoratore in un progetto di flexicurity, si dovrà operare verso una valorizzazione della somministrazione “qualificata” rispetto ad altre forme contrattuali meno garantite, in un’ottica di diritto all’occupabilità di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">STEFANO SCABBIO</p>
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		<title>Oggi non c’è più l’uomo-azienda: un giovane può cambiare quattro impieghi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:35:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog Stefano Scabbio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani&futuro]]></category>

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		<description><![CDATA[Posto la mia intervista uscita su QN relativamente alla dialettica sul posto fisso. “I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” ha detto il premier Mario Monti. “Un’ovvietà”, commenta Stefano Scabbio, numero uno di Manpower Italia. “E’ un &#8230; <a href="http://blog.manpowergroup.it/oggi-non-ce-piu-luomo-azienda-un-giovane-puo-cambiare-quattro-impieghi/">Continua a leggere <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Posto la mia intervista uscita su <em>QN</em> relativamente alla dialettica sul posto fisso.</p>
<p style="text-align: left;">“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” ha detto il premier Mario Monti. “Un’ovvietà”, commenta Stefano Scabbio, numero uno di Manpower Italia. “E’ un dato di fatto difficile da contestare” aggiunge Scabbio.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Sì, ma poi Monti ha aggiunto che il posto fisso è monotono…</strong><br />
“Monotono o non monotono, è evidente che con delle fluttuazioni economiche così ravvicinate bisogna accettare una maggiore variabilità del lavoro. Già oggi non c’è più l’uomo-azienda: un giovane che entra nel mondo del lavoro ha ottime probabilità di cambiare almeno quattro volte datore di lavoro nel corso della sua vita lavorativa, con una durata media di otto anni per ciascun rapporto. I giovani che vengono da noi lo sanno bene e sono disposti a una certa flessibilità. Ma il problema non è questo…</p>
<p style="text-align: left;"><strong><span id="more-179"></span>E qual è?</strong><br />
Il problema è facilitare la riconversione nei momenti di passaggio, con un welfare efficace che sia in grado di sostenere le persone affinché non trovano un altro posto di lavoro, con un salario minimo e un percorso di formazione adatto al reinserimento. Se queste formule ci fossero in Italia, come ci sono in tutta Europa, nessuno si preoccuperebbe più di cambiare lavoro e anche il dibattito sul posto fisso sarebbe più rilassato.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Quindi il problema non sta nella resistenza al cambiamento dei singoli, ma nella carenza di strutture di supporto…</strong><br />
Esattamente. In Francia, ad esempio, quando un lavoratore perde il posto di lavoro l’azienda deve offrirgli nove mesi di training in un’agenzia del lavoro, durante i quali verrà riqualificato per il reimpiego. In questo modo il lavoratore viene stimolato a mobilitarsi, mentre in Italia ci sono solo strumenti statici, come la cassa integrazione, che inducono la passività nel lavoratore e spesso mantengono artificialmente in vita posti di lavoro o aziende che non sono più competitivi.</p>
<div>
<p style="text-align: left;"><strong>Così si supererebbe anche il problema dell’articolo 18…</strong><br />
Se anche in Italia si trovassero delle formule di accompagnamento dei lavoratori da un posto di lavoro al prossimo, nessuno si porrebbe più il problema di una norma ormai residuale che protegge solo il 30% dei lavoratori italiani mentre il 70% non ha alcuna tutela. Per di più, non va dimenticato che l’articolo 18 protegge soltanto i singoli lavoratori licenziati senza giusta causa, mentre un sistema efficace di welfare protegge tutti.</p>
<p style="text-align: left;">STEFANO SACBBIO</p>
</div>
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