Disoccupazione: una via italiana per la “flexicurity”

Propongo il mio intervento pubblicato oggi dal Corriere della Sera.

La disoccupazione sarà l’emergenza sociale dei prossimi 10 anni. E’ quanto riportato dal rapporto ILO (Global employement trend 2012). Sono circa 200 milioni i disoccupati nel mondo (23, 8 milioni nell’area euro) e la previsione è di raggiungere i 203 milioni entro quest’anno con i tassi di crescita stimati al 2% del PIL mondiale. Nei prossimi 10 anni il sistema economico mondiale dovrà creare almeno 400 milioni di nuovi posti di lavoro per assorbire la crescita annua di persone in età di lavoro, stimata in circa 40 milioni di unità. Continua a leggere

Flexicurity: chi è costei?

Riporto l’editoriale a mia firma uscito oggi sul quotidiano nazionale La Stampa.

Da Davos a Bruxelles, la priorità comune ha sei lettere: lavoro. Mentre la Merkel al WEF 2012 esprime le sue preoccupazioni per il lavoro e l’Ue mette in agenda le misure per creare posti di lavoro, in Italia il confronto per l’attesa Riforma è in pieno fermento.
Più ampio sarà il mercato della somministrazione, più possibilità le Agenzie per il Lavoro avranno di contribuire alla questione occupazione. Somministrazione che nel 2009 rappresentava lo 0,7% del lavoro italiano (1,5% la media Eu) mentre a luglio 2011 l’1,2%. E nel 2011 oltre 46mila lavoratori nelle liste di mobilità sono stati ricollocati grazie alla semplificazione introdotta dalla Finanziaria 2010.
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Oggi non c’è più l’uomo-azienda: un giovane può cambiare quattro impieghi

Posto la mia intervista uscita su QN relativamente alla dialettica sul posto fisso.

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” ha detto il premier Mario Monti. “Un’ovvietà”, commenta Stefano Scabbio, numero uno di Manpower Italia. “E’ un dato di fatto difficile da contestare” aggiunge Scabbio.

Sì, ma poi Monti ha aggiunto che il posto fisso è monotono…
“Monotono o non monotono, è evidente che con delle fluttuazioni economiche così ravvicinate bisogna accettare una maggiore variabilità del lavoro. Già oggi non c’è più l’uomo-azienda: un giovane che entra nel mondo del lavoro ha ottime probabilità di cambiare almeno quattro volte datore di lavoro nel corso della sua vita lavorativa, con una durata media di otto anni per ciascun rapporto. I giovani che vengono da noi lo sanno bene e sono disposti a una certa flessibilità. Ma il problema non è questo…

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